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| LA TASSA PER I CD. RICCHI E GLI SPERPERI DEI CD. POVERI |
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| martedì 12 gennaio 2010 | |
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di Vittorio E. Ardizzone Quando eravamo giovani e , pur essendo arrivati dal profondo Sud con la valigia di cartone, ad un certo momento diventammo benestanti(a quell’epoca questo traguardo si raggiungeva con un reddito annuo di Lit.7 milioni) ci dissero che ciò non era giusto e che bisognava provvedere a chi era sfortunato (o fannullone?) e quindi in un modo o nell’altro bisognava travasare parte del proprio reddito ad un’altra famiglia; e va bene. Poi ci dissero che ci si doveva fare carico della famiglia di un extracomunitario; e va ancora bene. Queste limitazioni al legittimo desiderio di appropriarsi per intero del frutto del proprio lavoro sono abbastanza condivisibili ed essendo esplicite se ne può parlare ed in un certo modo di esse ci si può difendere. Si sono però manifestate e consolidate nel tempo altre aggressioni al reddito di chi, facendo sacrifici, vuole migliorare le condizioni di vita proprie e della propria famiglia. Esse sono numerose e per così dire sommerse quindi molto insidiose in quanto origine di costi non trasparenti che, annidate nelle maglie del bilancio pubblico,gravano comunque sull’incolpevole produttore di reddito. Non si tratta dei costi che ogni Stato democratico deve sostenere e cioè la protezione all’interno ed all’ esterno dei cittadini,la sanità e l’istruzione finalità , più o meno articolate, e modernamente interpretate che il cittadino considera eticamente e socialmente doverose e ritiene accettabile che per le stesse possa essere privato di una parte del proprio reddito. Gli altri gravami invece fanno carico alla collettività per la rendita di posizione di pochi privilegiati, che poi pochi non sono, e derivano dall’imposizione surrettizia,dal capriccio o da non specificati interessi di altri beneficiari che, rubricabili oggi come “necessità culturalmente imposte”, in pratica significa che uno fa come gli aggrada tanto poi paga lo Stato. Chi ha detto infatti che lo Stato deve farsi carico dei costi per il recupero di coloro che se vanno allegramente a gironzolare per lo Yemen o il Darfur, tra tribù ribelli e sanguinarie ? Si tenga conto che in questi casi ci sono delle “voci di spesa”meno trasparenti (i riscatti) e misteriosamente gestiti (“lo stato non ha pagato nulla”) e che non sono proprio trascurabili. E quanto costano le innumerevoli marce della pace, scioperi oceanici contro la “politica del governo” o per la questione dell’Ossèzia della quale nessuno ha capito niente,salvo che,a parti rovesciate, si poteva essere contro Bush o contro Putin. A regola di bazzica,molte di queste iniziative puzzano di dubbia legittimità. Che dire poi di qui spiriti avventurosi che,con due tre ore di ginnastica preparatoria, vanno a scalare le più impervie cime dell’Himalaya e poi assiderati bisogna andarli a riprenderli mica con i cani San Bernardo con la botticella di whiskey ma con attrezzature sofisticatissime e costose e elicotteri super-apache che ogni ora di volo costa centinaia di migliaia di euro. Questi sono i casi più eclatanti. Si potrebbero quantificare poi i costi delle notti bianche, delle occupazioni e dello smantellamento delle baraccopoli per rom o girovaghi elemosinanti con cane drogato al seguito, dei concerti “etnici” dove si suonano musiche che gli abitanti dei paesi di origine sono ben felici dei esportare nell’Europa chic insieme ai relativi artisti. Queste iniziative dai noi tutti finanziate non assolvono incomprimibili bisogni del cuore o della mente ma rispondono al vezzo dei pochi ,si fa per dire, cultori della materia. Abbiamo esperienza dei concerti di chitarra sytar, ma non ne è rimasto alcun beneficio intellettuale o culturale, nè la società è diventata migliore per quelle noiosissime strombazzate. Ad ogni modo la bolletta di tutte queste dispendiose follie la pagano sempre i cittadini o perché “percossi e incisi” dal fisco o perché taglieggiati da potenti organizzazioni. C’è un certo pudore a protestare contro questa dissipazione del pubblico denaro: si violerebbero i diritti costituzionali(la Costituzione c’entra sempre come il peperoncino), coloro avversi a queste sublimi manifestazioni di grande umanità verrebbero tacciati di insensibilità e cinismo e - qui c’è il colpo basso - di difesa delle prerogative della classe agiata , della gente ricca e benestante che non vuole essere turbata e disturbata nel godimento del proprio benessere sicuramente frutto di malaffare ed evasione fiscale. Si perché il ricco “deve morire”. Ma siccome il popolo si è fatto furbo e sa che se il ricco muore non produce più reddito per la comunità organizzata a stato, allora “egli è preferibile” che deve pagare,anzi strapagare ad ogni ad ogni esternazione,non di San Francesco, ma dai vari “franceschini” dell’ultima ora. Ed ecco bella e servita l’ultima tassa sui ricchi, che però è più fine chiamarla contributo quasi a lasciare intendere che sono loro,i ricchi, a volerla pagare. Naturalmente ora si innesta la “vexata quaestio”: chi sono i ricchi, a quale livello si fissa l’asticella della ricchezza e chi risarcisce , si perdoni l’ardire, il ricco dei costi non solo economici ma anche dolorosamente umani sostenuti per diventare benestanti, mentre altri , a seconda della prestanza fisica, si dedicavano al parapendio piuttosto che ai corsi di lingua e letteratura armena con i soldi del “dopolavoro”. Tornando agli sprechi di Stato, si potrebbe sicuramente tentare un censimento ed una quantificazione. Non è impossibile; oggi c’è chi si avventura a calcolare i danni arrecati all’ambiente italico dagli elefanti di Annibale (per cortesia non ditelo a Pecoraio Scanio).E una volta quantificato il disastro, occorre un altro Brunetta per arginarlo, a meno che quello che abbiamo sia disposto a farsi in due per affrontare anche questa calamità. |
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| Ultimo aggiornamento ( martedì 12 gennaio 2010 ) |
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